Nello stesso luogo, con le stesse mani di Lior Savan

25.11.2025

Nello stesso luogo, con le stesse mani: il prezzo dell'ideologia sui bambini 

 di Lior Savan 


 C'è un punto in cui il dolore non è più solo dolore, ma diventa rivelazione. 

Un punto in cui il caso di cronaca non è più un caso, ma una ferita che si riapre nello stesso luogo dove un'altra ferita era già stata tracciata, dalle stesse mani, dallo stesso modo di pensare, dalla stessa ideologia. 

È difficile perfino scriverlo, ma non si può far finta di nulla: esistono territori in cui gli stessi professionisti che avrebbero dovuto ascoltare un bambino non ascoltano, e in cui gli stessi tecnici che avrebbero dovuto proteggerlo finiscono, senza volerlo o senza accorgersene, per spegnerlo. Non serve nominare nessuno. 

Bastano i fatti. Bastano le coincidenze che coincidenze non sono. Bastano le procedure che si ripetono come un ritornello stanco, sempre identico a sé stesso. Bastano documenti che cambiano solo intestazione, mai sostanza. E mentre a Muggia un bambino perde la vita, nello stesso territorio un'altra bambina, dentro lo stesso sistema e nelle mani degli stessi professionisti, continua a vivere una storia parallela fatta di cancellazioni, di interpretazioni rovesciate, di segnali ignorati. 

Ciò che accade da una parte illumina ciò che viene fatto dall'altra. Non c'è nulla da aggiungere, perché tutto è già sotto gli occhi di chi vuole vedere. La narrazione è sempre la stessa. Invisibile e ripetitiva come un riflesso condizionato. 

Ciò che un bambino sente non è autentico. Ciò che un bambino dice non è affidabile. Ciò che un bambino teme non è reale. E se c'è un rifiuto, quel rifiuto viene trasformato in una colpa, non in una domanda di aiuto. Un sintomo da correggere, non un segnale da comprendere. Tutto questo non nasce dal caso. Non nasce da un'improvvisa disattenzione. Nasce da un modo di vedere il mondo. Da un'ideologia che, negli anni, è diventata prassi. 

La prassi è diventata automatismo. L'automatismo è diventato cecità. E si fatica perfino a comprendere come sia possibile che menti formate, persone istruite, operatori che lavorano ogni giorno con i bambini possano arrivare a credere a interpretazioni così rovesciate da generare conseguenze così gravi. Ma l'ideologia ha questo potere oscuro: riesce a ottenebrare la ragione, a far scambiare il bianco per nero, il pericolo per conflitto, la paura per manipolazione. Una confusione che, oltre a essere inquietante, è profondamente sinistra. Perché non è un singolo errore: è una cultura. 

Una cultura che produce obbedienza cieca e convinzioni inflessibili. Nelle case famiglia questa distorsione assume spesso una forma ancora più feroce. Giovani operatori, spesso armati solo di lauree triennali e pochissima esperienza, vengono immersi fin dal primo giorno in una narrativa che li modella prima ancora che imparino a leggere gli sguardi dei bambini che dovrebbero proteggere. Assorbono un linguaggio, una teoria, una logica di sistema che li trasforma senza che se ne accorgano. Diventano guardiani di un ordine che non hanno scelto ma che li plasma. E così, senza volerlo, finiscono per diventare parte del problema. A volte perfino senza sapere cosa stanno facendo. È questo che pesa di più: sapere che persone in buona fede possano diventare strumenti inconsapevoli di un sistema che cancella i legami, ribalta il senso delle parole, trasforma l'amore familiare in un ostacolo da rimuovere. E ancora più duro è vedere questo schema moltiplicarsi, diffondersi, perfezionarsi attraverso anni di training, corsi, seminari, relatori sempre uguali che ripetono sempre la stessa storia. La stessa ideologia travestita da competenza tecnica. Un pensiero che colonizza, che si insinua, che diventa automatico, e che finisce per guidare decisioni capaci di segnare la vita dei bambini. 

 È un sistema che appare robusto solo perché è ovunque. Nei tribunali, nei servizi, nelle relazioni, nelle perizie, nei protocolli, nei convegni dove gli stessi formatori insegnano agli stessi operatori a replicare le stesse formule, senza mai interrogarsi sulle conseguenze. 

Eppure, tutti i sistemi costruiti sull'ideologia, prima o poi, crollano. E quando crollano, non scivolano: precipitano. Fanno rumore. Fanno fragore. Non perché qualcuno li abbatta dall'esterno, ma perché la realtà, alla fine, si ribella alla menzogna. E la realtà oggi parla. Parla nei giornali. Parla nelle aule del Senato, dove voci come quella di Elvira Reale hanno finalmente osato dire ciò che fino a poco tempo fa era proibito. Parla nei report del Garante, che definisce "violenza e tortura" le pratiche di riunificazione forzata camuffate da interventi terapeutici. Parla nei genitori che non hanno più paura di raccontare ciò che hanno vissuto. Parla nei giudici che iniziano a chiedere conto delle teorie applicate senza fondamento scientifico. E parla, soprattutto, nei bambini che continuano a mandare segnali che non possono essere ignorati per sempre. 

 E allora resta una sola cosa da dire, con la fermezza con cui si dice ciò che non si può più tacere: noi non scompariremo. Non scompariranno le domande, non scompariranno le verità che riaffiorano, non scompariranno i bambini che hanno parlato e che continuano a parlare anche quando nessuno li ascolta. 

Possono provare a oscurare le voci, a riscrivere i fatti, a relegare nell'ombra ciò che disturba la loro teoria, ma non possono cancellare la realtà. Il sistema appare solido, monolitico, impenetrabile solo se lo si osserva da fuori. Da dentro, invece, si sentono già i primi scricchiolii, il legno che cede sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, le crepe che si aprono ogni volta che un bambino non viene creduto, ogni volta che un genitore viene zittito, ogni volta che un dolore viene catalogato come resistenza. E la storia insegna che i sistemi costruiti sull'ideologia non crollano lentamente, non svaniscono in silenzio, ma cedono di colpo, come strutture che per anni hanno ignorato le proprie crepe e che si ritrovano, all'improvviso, travolte dalla realtà che avevano tentato di soffocare. Crollano quando la verità, rimossa e manipolata, torna a reclamare il suo posto; crollano quando l'evidenza diventa più forte della narrativa; crollano quando persino chi ha contribuito a sostenere quel sistema non riesce più a fingere di non vedere ciò che ha davanti agli occhi. E in quel momento, quando il muro si incrina, accade qualcosa che per troppo tempo è mancato: torna la responsabilità. 

La responsabilità delle decisioni prese, delle relazioni scritte, degli ascolti negati, delle paure ridicolizzate, dei legami recisi senza comprendere ciò che stavano recidendo. Una responsabilità che riaffiora come un obbligo morale prima ancora che giuridico, e che non potrà essere elusa quando la verità emergerà completamente. 

 Perché la verità ha un difetto prezioso: non tace, non si lascia archiviare, non accetta di essere cancellata. E quando ritorna, ritorna con un rumore che nessun convegno autoreferenziale potrà coprire, nessun protocollo potrà contenere, nessuna teoria potrà sovrascrivere. Ritorna come un'onda che supera la diga, come un richiamo che non permette più a nessuno di voltarsi dall'altra parte. Quella crepa, oggi, è già aperta. E dentro quella crepa passa la luce. Non una luce che consola, ma una luce che chiama, che scuote, che obbliga a guardare ciò che per anni è stato evitato. È la luce che dice che questa battaglia non è finita e non finirà finché ogni bambino non sarà finalmente visto, ascoltato e creduto. 

È la luce che ricorda che il silenzio imposto diventa sempre colpa di chi lo impone, mai di chi lo subisce. È la luce che annuncia che la stagione dell'impunità non potrà durare per sempre e che chi ha spento una voce dovrà, prima o poi, rispondere del silenzio che ha prodotto. Questa luce è ciò che resta. E, oggi, è più che sufficiente per continuare. Lior Savan Autore di Mila. Il silenzio che parla e Bambini senza voce 

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