Quando il sistema vede solo il 50

25.11.2025

Quando il sistema vede solo il 50%

di Lior Savan

C'è un filo rosso che attraversa molte storie italiane degli ultimi anni, un filo così sottile da sembrare invisibile e allo stesso tempo così resistente da soffocare tutto ciò che tocca: l'idea che la bigenitorialità sia un dogma, un principio assoluto che deve prevalere sempre, comunque, e nonostante tutto.

È questo principio, trasformato in ideologia, ad aver creato una cultura istituzionale in cui la simmetria tra i genitori conta più della verità dei fatti, più della sicurezza dei bambini, più della realtà psicologica che ogni minore porta con sé.

Ci sono fatti di cronaca che non sono solo tragedie. Sono una radiografia. Una fenditura improvvisa che illumina ciò che per anni è rimasto nell'ombra.

La morte di un bambino a Muggia (TS) non è un episodio isolato. È l'esito estremo, l'esito che nessuno vuole vedere, di un sistema costruito per decenni attorno a un dogma: la bigenitorialità a ogni costo, elevata a principio assoluto, indipendentemente dalle condizioni, dalle storie, dalle paure e dalle voci dei bambini.

E in questa cultura, chi denuncia violenza diventa automaticamente il problema. Il bambino che parla viene considerato confuso. Il genitore che segnala un rischio diventa "ostativo". La paura viene reinterpretata come manipolazione. Il rifiuto come sintomo deviante da correggere.

È un copione perfetto, impermeabile al dubbio e blindato da anni di teorie derivate, direttamente o indirettamente, dal modello PAS e dalle sue ramificazioni culturali. Un sistema che ha imparato a negare la violenza trasformandola in conflitto, e il conflitto in simmetria da ristabilire.

Un sistema che non nasce dal buonsenso, né dall'ascolto, né dall'evidenza clinica.

Nasce da un'ideologia: quella che per anni ha minimizzato e negato la violenza domestica, e che ha trovato nella teoria dell'alienazione parentale (nelle sue mille metamorfosi terminologiche) una scorciatoia comoda per cancellare ogni racconto che disturba.

In Italia questa ideologia è diventata procedura. La procedura è diventata automatismo. L'automatismo è diventato cecità.

Cecità verso i segnali di pericolo.

Cecità verso i bambini che parlano.

Cecità verso chi chiede aiuto.

Lo schema è sempre uguale, identico da Torino a Palermo:

  • chi denuncia violenza viene trattato come il problema;
  • chi la subisce viene considerato "confuso", "resistente", "malinfluenzato";
  • chi la esercita viene protetto in nome del "riequilibrio".

Il caso di Muggia non fa eccezione.

E ciò che inquieta non è solo ciò che è accaduto, ma chi c'era dietro quel caso.

Gli stessi operatori, le stesse figure tecniche, le stesse logiche che, in altri procedimenti, continuano a trattare la paura dei bambini come una variabile da correggere, non come un segnale da ascoltare.

Non serve fare nomi, sono gli stessi che compaiono nei verbali, nelle relazioni copia-incolla, nei decreti che replicano immancabilmente la stessa struttura narrativa. Documenti che cambiano intestazione, mai sostanza.

Ed è qui che il sistema mostra la sua radice più profonda.

Perché mentre una città piange un bambino, lo stesso sistema che ha ignorato i segnali continua a riprodursi:

  • convegni, corsi per magistrati, conferenze patinate, dispense che ripetono sempre la stessa favola.
  • Genitori "conflittuali", bambini "manipolati", denunce "strumentali".

Gli stessi formatori, gli stessi "esperti", le stesse teorie riverniciate. Una filiera di pensiero che, invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, consolida le proprie convinzioni. E prepara nuove leve che applicano, in automatico, ciò che hanno imparato: la bigenitorialità come totem, il rischio come dettaglio, il bambino come ostacolo.

E così gli assistenti sociali scrivono le stesse frasi, le curatrici le ripetono, le CTU le consolidano, i giudici le vidimano.

È un sistema circolare, autoreferenziale, dove nessuno vede più davvero il bambino.

Solo la teoria.

Solo il protocollo.

Solo il 50–50.

Finché un giorno la realtà presenta il conto.

E allora ci si accorge che quella realtà era già scritta.

Che c'erano segnali.

Che c'erano paure.

Che c'erano domande inevase.

Che non è stato un "imprevedibile", ma un esito possibile, prevedibile, evitabile.

E soprattutto che lo stesso schema continua altrove, in decine di altri casi meno visibili:

  • quelli che non finiscono sui giornali,
  • quelli che finiscono con prelievi coatti,
  • con bambini isolati,
  • con affetti recisi,
  • con legami materni e paterni trattati come optional amministrativi.

Con minori che imparano troppo presto una lezione devastante: che chi dovrebbe proteggerli non li ascolta, e che chi dovrebbe vedere non guarda.

La tragedia di Muggia non è solo un capitolo doloroso. È uno specchio. Uno specchio che ci dice che non può esistere tutela senza ascolto, che non può esistere protezione senza prudenza, che non può esistere bigenitorialità dove c'è paura, che non può esistere equidistanza dove c'è violenza.

Ed è uno specchio che ci obbliga, finalmente, a guardare il sistema per ciò che è diventato:

  • una macchina che applica procedure, ma non vede le persone;
  • che ripete concetti, ma non sente le voci;
  • che difende la teoria, anche quando la teoria uccide.

La domanda oggi non è cosa sia accaduto. La domanda è quanto altro debba accadere prima che questo sistema venga fermato, studiato, ripensato dalle fondamenta.

Perché non si tratta più di un caso. Si tratta di un modello. E un modello che ignora i bambini è un modello che deve essere cambiato. Non domani. Adesso.

E c'è un'ultima, amara ironia.

In questo caso, forse, finalmente, una Procura indagherà davvero. E forse, come è giusto, a pagare saranno chi ha avuto nelle mani quel bambino: l'assistente sociale incaricata, la consulente tecnica, chi avrebbe dovuto vedere e non ha visto.

Ma mentre accade questo, altrove in Italia il sistema continua a replicarsi.

Mentre una città cerca risposte, in altre se ne tengono convegni sulla "bigenitorialità", corsi per magistrati dove la PAS viene riproposta sotto altri nomi, seminari dove le stesse teorie che hanno costruito questo disastro vengono insegnate come verità.

Magistrati, curatrici, assistenti sociali, CTU: tutti seduti ad ascoltare, a prendere appunti, a riprodurre un modello che si autoalimenta come una macchina che sembra inarrestabile.

Sembra. Perché non lo è.

Non lo è se si ascolta la scienza.

Non lo è se si ascolta la ragione.

Non lo è se si ascoltano, finalmente, i bambini.

Lior Savan

Autore di Mila. Il silenzio che parla e Bambini senza voce

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